L’ipocrisia del ‘politicamente corretto’.

L’ipocrisia del ‘politicamente corretto’.

L’ipocrisia del politicamente corretto ha invaso, ormai, la carta stampata, il digitale, i social network, i programmi tv e quasi tutti gli argomenti di chiacchiere da strada. 

Questo argomento, anche se non sembra, ha molto a che fare con il marketing: l’analisi dei vari aspetti della società in cui si vive e si lavora rappresenta un fattore importante per coloro i quali svolgono una qualsiasi attività lavorativa. 

Il rispetto reciproco nel mondo del lavoro, nei rapporti tra commerciante e consumatore, non deve necessariamente sfociare nel ‘servilismo’ da un lato e nell’esercizio di un soffocante ‘potere d’acquisto’ dall’altro: come nel rapporto che vede contrapposte diverse ‘categorie’ (che brutta parola) di persone, quello tra esercente e cliente deve mantenersi su un livello di educato rispetto. Da questo punto di vista, è possibile associare il marketing al concetto di ‘politicamente corretto ‘.

Ma cosa intendiamo con ‘politicamente corretto’? Secondo Wikipedia ‘L’espressione correttezza politica (in inglese political correctness) designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect).

L’opinione, comunque espressa, che voglia aspirare alla correttezza politica dovrà perciò apparire chiaramente libera, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona’.

La correttezza di espressione e di azione, dunque, nei confronti di coloro i quali pensano, dicono, agiscono in maniera diversa da noi. Ma è davvero l’apparenza delle nostre azioni e la ‘forma’ del linguaggio che utilizziamo così fondamentale a garantire il vero rispetto per il prossimo? Non credo. 

Il rispetto per gli altri, il ‘politicamente corretto’, dovrebbe partire dal profondo, non tenere conto di fattori puramente esteriori. Non fare caso (davvero) alla diversa tonalità di colore della pelle, al sesso o al credo religioso (e ad altre decine, centinaia di ‘differenze’ che caratterizzano ogni essere umano) è, ad oggi, pura utopia, anche se ci si sforza di ‘apparire’ come persone di ampissime vedute.

Noto con dispiacere che al ‘politicamente corretto’ ci si appella quando si vuole passare per quelli ‘buoni’ (o buonisti?), quando il rappresentante di qualsivoglia colore politico di turno vuole ‘apparire’ giusto ed equo (populista?) oppure, nel peggiore dei casi, quando si finiscono gli argomenti e ci si ‘ripara’ nell’ usato e abusato principio del ‘politicamente corretto’ (accusare qualcuno di essere politicamente scorretto fa impennare il numero dei ‘like’ o degli ascolti).

Ci libereremo dal concetto del ‘politicamente corretto’ (e del suo contrario) soltanto quando riusciremo a liberarci della categorizzazione degli esseri umani, quando riusciremo a vedere i nostri simili soltanto per quello che sono: persone.

Il marketing ha molto da insegnare da questo punto di vista: il cliente raramente si pone domande sulla religione seguita da un esercente (e viceversa) oppure su quale sia il suo colore politico (e viceversa). 

Un cliente è un cliente ed ha (quasi) sempre ragione.

 

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